Il giorno in cui ho scoperto la Noia

Avrò avuto non più di nove anni

ma quello che sto per raccontare è il marchio di un passaggio molto delicato che ricordo nettamente vivido. Era inizio settembre, o fine agosto, sicuramente una giornata gialla piovosa.
Mio padre e mia madre lavoravano, perché quasi mai prendevano le ferie nel mese di agosto: significava trascorrere un mese da soli, io e mio fratello, in un parco senza bambini, molti gatti e strade fumose di caldo da fare in bici, in cerchio, per ore.

Quel giorno mio padre ci portò con sè in ufficio

e come sempre ci fece stare in stanza con lui mentre lui al suo computer lavorava muovendo il mouse. Avevamo i pennarelli sparsi sulla scrivania, ci strappavamo i fogli dalle mani. Io mi avvicinavo a un computer spento e lo accendevo per aprire Word e Paint, poi facevo a vedere a papà le strisciate di pennello e i tratti netti del disegno e lui mi diceva “ora la stampiamo” e appendeva la stampa sopra la sua scrivania. Ma i colori accesi di paint non uscivano mai accesi come erano sullo schermo.

In quei giorni papà non aveva molto da fare in ufficio, però io questo non potevo saperlo, sapevo solo che se c’era poca gente all’Istituto Motori, allora io potevo fare, indisturbata, quella passerella di metallo che collegava gli uffici ai laboratori, e correre tenendo sempre un occhio a quello che c’era giù, a quei 4-5 metri e quella sottile grata che mi separavano eroicamente dall’asfalto.

Sembrava di cadere, ma non si cadeva mai.

A pranzo andammo a mangiare un enorme pezzo di pizza alla famosa Focaccia, e quella è stata la prima volta in cui sono andata alla Focaccia. Di solito papà ci portava alla mensa dell’ufficio, luogo di panini imbustati e perenni cesti di clementine dolciastre, oppure alla pizzeria vicino alla stazione di Campi Flegrei, che faceva le pizze piccole ma i camerieri muovevano minuscoli passetti passando tra i tavoli e ci portavano grosse bottiglie di coca cola in vetro a cui io staccavo l’etichetta, meritandomi sonori cazziatoni. Quel giorno no, mangiammo alla Focaccia, e mio padre mi sembrò di colpo un tizio molto più giovane della sua età, perché stavamo mangiando in piedi tutti e tre, sbrodolandoci il sugo di fiordilatte e di pomodoro caldo.

Il pomeriggio siamo tornati presto, molto prima che si avvicinasse il tramonto. Forse erano le quattro del pomeriggio o forse le cinque, uscimmo dall’auto, papà parcheggiò nel lato del parco che dava su un’enorme montagna che si chiama i Camaldoli.
Io mi avvicinai al cancello che separava il parcheggio del parco da quello che c’era fuori, dove non dovevamo andare neanche per sogno anche se i bambini più grandi del parco potevano andarci, e aprii una pigna, bagnata, caduta da un pino; schiacciandola con le scarpe tirai fuori i pinoli, aprii anche quelli e cominciai a mangiarli seduta sullo scalino di pietra del muro, bagnato, mentre papà tirava fuori la cartella del lavoro dal sedile del passeggero e mio fratello, ciondolando le braccia facendole ruotare intorno alla vita, si lamentava perché voleva andare a casa.

Quel momento esatto

mi si è infuocata in fronte, e non riesco a levarmi dalla testa l’idea che sia lì che è cominciata, per la prima volta la noia.
Non so se sia corretto pensare che il concetto di noia possa restare inalterato dai nove anni ai passati trenta, eppure mi è capitato più volte, con una certa frequenza, di trovarmi a scansare il fosso della noia, temendolo come stavo vivendo con fastidio quel momento.
Era uno stato di leggera delusione, di sottile consapevolezza di essere in parte parte in causa: che vuoi, ma che ti lamenti? Mi sembrava di dirmi da sola con una voce molto simile a quella di mia madre. Che voglio? Non lo so. Non lo sapevo.

È molto complesso provare delusione a nove anni, perché le aspettative sono mediamente molto alte e il tratto giù dal precipizio è lungo, ti congela per qualche secondo, spaesato dall’impatto del salto.
Avevo trascorso due ore a correre su una grata soltanto per provare una volta dopo l’altra la paura del salto, ogni volta sarebbe stata più nitida, dalla ripetizione avrei imparato a darmi quel brivido anche senza grate.
Non era tristezza quella che provavo seduta con in mano le bucce di pinoli, era una mezza impotenza, assenza di movimento, un’intera me indolenzita e consapevole che quella giornata si era svolta all’insegna del risparmio energetico.

E un’altra cosa che ricordo molto nettamente

è che mi sembrava scocciante anche mangiare i pinoli dalla pigna, che a nove anni non può mai e poi mai sembrarti scocciante. Avevo voglia di tornare a casa anche io, anche se non ciondolavo lamentandomi come mio fratello.
Poi mi sono alzata e mi sono pulita le mani dalla resina della pigna sui pantaloncini pensando che mamma mi aveva detto di non farlo tante volte, ma l’ho fatto lo stesso.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. novecentomilaepiu ha detto:

    direi che quel senso di noia tu lo abbia conosciuto proprio a quell’età in cui rimangono impresse molte cose…
    hai descritto una zona della mia Città (o nostra) che conosco abbastanza bene….
    ciao, buon prosieguo!

    Mi piace

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