Il web è il mio datore di lavoro, e non è divertente come sembra

A volte invidio moltissimo tutti quei miei conoscenti che fanno lavori che non c’entrano niente con i social e il web, in generale lavori che non richiedono, tra le attività principali, quella di stare circa otto ore al giorno a subire passivamente il marasma di stronzate che tutti scriviamo e pubblichiamo per non restare muti, in preda alla classica FOMO che, se non sapete cos’è, vi invito a cercarvela su Google.

C’è quella che è medico e ama la fotografia, oppure l’ingegnere che va pazzo per i giochi online, il pizzaiolo in fissa con le belle auto e pure la maestra part-time, neomamma appassionata di musica.
Tutte persone, piùomenoaffetti con cui mi confronto con variabile frequenza, ai quali forse alcuni messaggi e contenuti arrivano in ritardo rispetto a me: e queste persone poi sono spiazzate, incapaci di reagire senza un certo stupore a un evento, brutto o bello che sia, E lo capisco, è giusto. Io spesso quello stupore non ce l’ho ma registro quello che succede, calcolo cosa dire, come farlo, quando scrivere, eventualmente con quale nicchia di pubblico condividerlo.

Ma io ho un prezzo da pagaresì, sono freelance precaria; sì, parlo in top/bottom text senza manco più rendermene conto; sì, tutto quello che studio, produco e trasmetto domani sarà roba vecchia – e questo prezzo da pagare è la completa dipendenza funzionale dai social.

Mi spiego: non intendo dipendenza nel senso di droga, intendo dire che il web è proprio il mio datore di lavoro. È così che ragionano tutti quelli che di web vivono, la cui immagine professionale coincide ESATTAMENTE con quella social.

Spesso immagino i miei amici dipendenti pubblici trovarsi nella stessa situazione: pensate se a voi dovesse toccare l’essere giudicati continuamente per quello che decidete di mostrare della vostra vita con il vostro smartphone.
Certo, se fate la maestra d’asilo e scrivete che i ne**i devono tutti essere bruciati, per fortuna, prima o poi, qualcuno giudicherà pure voi, e anche male. Ma non è questo il caso a cui mi riferisco io in questo caso.

  • Non è bello quando non vai matto per robaccia pop sdolcinata come citazioni motivazionali che accompagnano foto di tramonti, oppure vignette vecchie di 4 generazioni per farsi capire da tutti, per commentare un fatto di un’ora prima, e questo in loop per tutte le ore del giorno, di tutti i giorni.
  • Non è divertente dover parlare sempre di tutto, stare sempre sul pezzo, avere sempre un’opinione e aver voglia di esprimerla in modo comprensibile, chiara a tutti, possibilmente cerchiobottista così superi quota 100 in poche ore.
  • Non è piacevole essere giudicati per la foto di un pranzo o di un aperitivo di un giorno feriale perché un certo recruiter che decide di venire a curiosare dalle tue parti, poi pensa che quel giovedì non stavi lavorando e allora sei uno scansafatiche.

Una volta un mio ex capo espresse un commento su una persona che lavorava con noi, dicendo: ma che credibilità di professionista puoi mai avere se i tuoi post su Facebook fanno 2, massimo 3 mi piace?

E io ho pensato alla persona in questione, che magari si era permesso di pubblicare la foto dei fiori regalati alla moglie, oppure aveva firmato quella causa su change.org senza prima pianificare tutto il suo personal branding con anticipo e seguendo un fitto piano editoriale. A me è venuta una gran tristezza per il mio ex capo, ma non ho detto niente.

Chi lavora con il web è ospite in casa sua: conosce bene ogni stanza, ma se la festa è un flop, i cocci tocca levarli a lui.

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