L’ultima volta di una stagista

Sono passati esattamente 6 anni dall’ultimo giorno del mio stage alla Chocolate Factory, uno stage a cui ho tenuto tantissimo.
Un’esperienza lavorativa che ricordo ancora con tenerezza e affetto, più di tante altre.
È stato il mio primo lavoro-non-lavoro, e ovviamente non era presso la Chocolate factory, quello era il modo in cui chiamavo quella bella famiglia da cui non avrei mai voluto staccarmi.
Ogni volta che lascio un lavoro, e ogni volta lo faccio perché non è facile trovare un’altra Chocolate Factory, lo faccio pensando quello che ho scoperto a 26 anni: 

C’è veramente un sacco di cose da fare quando non hai più nulla da fare

Vi lascio con la descrizione meccanica del mio ultimo giorno di stage, perché per una volta non sono snob in incognito e per una volta mi sa che ogni spiegone sarebbe superfluo.

31.1.2013

L’ultima volta non è quasi mai come uno se la aspetta.
Ho parlato spesso di prime volte: le prime volte sono quelle entusiasmanti, è facile che in una prima volta tutto sia esaltante e speciale.

E’ facile che una prima volta significhi tutto (e tutte le successive). Poi succede che arriva l’ultima – che arriva sempre – e non è come te l’aspettavi.
Ieri sono arrivata alle dieci. Ho dormito un po’ più del solito, nonostante fossi andata a letto presto.
Dopo circa nove ore di sonno e niente cena mi sono trascinata in cucina, ho fatto il caffè e dopo poco ero lavata, vestita e mangiavo davanti al portatile.
Poi sono uscita, con guanti cappello e sciarpa, e ho camminato per venti minuti, come ogni mattina. Ho messo la riproduzione casuale dei brani, di solito non lo faccio.
Sono arrivata in ufficio, che era caldo e non troppo affollato. Ho lasciato cappotto giù e sciarpa e guanti su, come al solito.
Sul soppalco c’era solo L., che un mese fa è passata dall’avere i capelli biondo platino al nero e blu. Ieri il blu mi sembrava più blu del solito.
Ho acceso il computer, collegato il cavo e ho cominciato a lavorare.
Dopo un po’ è arrivato R. e poi anche D. Poi D. è andato via, e anche L.
Ho fatto due pause prima di pranzo, sono andata al bar e ho pagato una coca che ho dimenticato di prendere, e allora ci sono dovuta ritornare. La signora del bar non ha sospettato che volessi fregarla.
Sono andata di là a mangiare, sono tornata, ho fatto un caffè – e poi l’ho rifatto verso le 5 -. Keep calm and make coffee.
Tutto il pomeriggio siamo rimasti io e R. nel soppalco dell’area ricerca. Gli Oompa Loompa, di sotto, erano giù a darsi da fare per la festa di stasera d’inizio anno, organizzata per raccolta fondi e fare PR, quelle robe aziendali insomma.
Quando ho imputato l’ultimo questionario, mi sono sentita sollevata e triste.
Ho estratto il file excel, ci ho fatto le correzioni segnate nelle ultime settimane, ho salvato e inviato allo staff.

Ieri è stato il mio ultimo giorno alla Chocolate Factory. Non sono più stagista da due mesi, avevo un lavoro pagato da terminare e l’ho terminato.
Sono stata veloce, concentrata. Il lavoro non era nulla di sfiancante, si trattava di operazioni automatiche un po’ alienanti, che ho gestito a un buon ritmo.
Ho rispettato sempre il mio calendario del lavoro – ogni volta che succede mi stupisco di me stessa – che ho diviso per le ultime tre settimane di gennaio.
Ieri alla Chocolate Factory faceva caldo. Niente solito caos, biscotti, torte, frutta e chiacchiericcio.
Mancava più di metà staff, quando sono uscita non c’erano i due tutor, ho raccolto le mie cose lasciate in giro, senza scatola di cartone.

Pensavo, la sera prima dell’ultima volta, che potrei rimettermi a fare un sacco di cose. Scrivere, disegnare, approfondire questa e quell’altra cosa lasciate indietro quando sono venuta a Torino.
Lo pensavo anche mentre mi avvolgevo la sciarpa intorno al collo e mi ficcavo tutti i capelli dentro il cappello.
E poi, giù, ho infilato le mani nel cappotto e ho pensato che c’è veramente un sacco di cose da fare quando non hai più nulla da fare.

– Ciao a tutti, ci vediamo domani sera
– Alla festa, tu vieni vero?
– Certo che vengo.

Mi ha fatto un sorriso A. che era al telefono, mentre, tirata la zip del piumino fino al collo, ho aperto la porta e ho dato un’ultima occhiatina romantica al soppalco.

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