Ascoltare prima di parlare: la lezione di Dear White People

Non pubblico mai recensioni di serie sul mio blog personale perché di solito le scrivo per altri, ma stavolta mi andava di condividere una cosa che ho scritto qualche giorno fa: il fatto che Dear White People non abbia ancora successo mi lascia abbastanza perplessa sulla consapevolezza che hanno i miei coetanei di quello che ci circonda.

In Italia se ne parla ancora poco rispetto a quanto si dovrebbe, ma Netflix ha sfornato una serie che parla di omologazione, pregiudizi, ipocrisia, violenza e (in)capacità di ascoltare: Dear White People. Forse snobbata, più probabilmente considerata troppo lontana da noi per la tematica principale – la questione razziale in un’università americana – sta di fatto che la serie in questione è uscita in Aprile 2017 con la prima stagione, e da pochi giorni è disponibile anche la seconda, ma non se ne parla abbastanza. Oltre ad essere la chiara e ufficiale dimostrazione che i messaggi complessi sono destinati a restare incompresi, offre anche la possibilità di parlarne una volta per tutte: perché bisognerebbe guardare e capire Dear White People anche in Italia.

La prima volta che ho notato la serie che mi proponeva la mia home page di Netflix, ricordo di aver pensato qualcosa di molto simile a “non ho tempo per l’ennesimo teen drama mascherato da serie impegnata.” Per mia fortuna, poi, ho letto una recensione che mi ha convinto, e alla fine la serie l’ho guardata. Il mio giudizio superficiale e affrettato però è esattamente il motivo per cui credo sia necessario che molte persone distratte dalla variegatissima offerta di serie di cui disponiamo, o scettiche come lo ero io, si fermino qualche minuto a riflettere su un insegnamento che, più di tutti, è in grado di dare Dear White People: noi non siamo capaci di ascoltare.

#1 GLI SLOGAN NON SERVONO PIÙ

La serie, che rientra nel filone comedy-drama, fa seguito all’omonimo film del 2014 diretto dallo stesso creatore della serie, Justin Siemen. È ambientata nella prestigiosa Winchester University e parte dalla figura di Samantha White, leader della Black Student Union (BSU) e contestatissima speaker del programma radio universitario “Dear White People” che si propone di smascherare episodi di razzismo e ipocrisia presenti all’interno dell’ambiente universitario.

Insieme a Sam conosciamo anche le altre persone che bazzicano gli ambienti universitari, ed è immediata la sensazione di avere a che fare con un ritratto di un’umanità molto più complessa e meno compatta e coerente di quanto si possa pensare leggendo soltanto qualche recensione superficiale della trama principale. Il racconto è corale, ma è soprattutto nei faccia-a-faccia e nei confronti diretti che vediamo i personaggi prendere posizioni, esprimere giudizi e pareri, e non fare mai fino in fondo quello che serve nei dibattiti: ascoltare attentamente.

Sam è attivista agguerrita contro la discriminazione razziale, eppure tiene nascosta la sua relazione con Gabe, che è bianco e troverà difficoltà a integrarsi nell’ambiente di lei. Imparare ad ascoltare significa capire perché quello che Sam, Lionel, Reggie o Coco dicono quando si confrontano è, quasi sempre, esclusivamente esigenza di imporre la propria voce sulle altre, ma molto spesso indica soltanto l’esigenza di mascherare tante piccole incoerenze. Rivalsa e denuncia delle ingiustizie sono, tra le altre cose, messaggi rabbiosi e goffi veicolati da atti di aggressione verbale. La seconda stagione comincia con lo scontro che ha Samantha con il racist bot – come lo descrive al padre che, spaesato, è comunque in grado di darle un consiglio equilibrato –  ed è evidente come il confronto con un punto di vista provocatorio e violento la metta in crisi.

La violenza è una dura prova per i protagonisti della serie, e lo è anche per tutti noi. Viviamo quotidianamente episodi di violenza fisica, e soprattutto verbale, nei confronti dei quali siamo molto spesso impreparati perché non siamo in grado di accettare che le nostre posizioni sono fluide, che la ragione non è semplicemente da un lato o dall’altro: sì, anche quando si tratta di parlare di razzismo. DWP rivela con estremo cinismo esattamente questo aspetto: noi non siamo slogan, e meno male, perché gli slogan si assimilano passivamente. Noi abbiamo la possibilità di comunicare in modi molto più complessi di quelli che ci fanno sentire al sicuro, dietro uno schermo o dietro un pensiero unico.

Il racconto che ne esce è quello di una comunità molto reale, nessuno stereotipo ideologico regge in confronto all’umanità che ci lampeggia davanti agli occhi quando capiamo che uno dei messaggi più forti della serie è che le persone vere sono in grado di avere, e accettare, i propri dubbi.

#2 DOBBIAMO IMPARARE A GESTIRE L’ODIO

La successiva questione, raccontata soprattutto nella seconda stagione ma già di sottofondo nella prima, è la questione dell’hate-speech e il crescente dilagare delle posizioni alt-right.

Nell’America di Trump il tema della violenza sui social e della forza dirompente di posizioni razziste, sessiste e in generale riconducibili all’area di estrema destra, è stato trattato in lungo e in largo. Non ci rendiamo conto spesso che niente di tutto questo può essere relegato oltreoceano, e che la faccenda è diventata anche molto italiana.

Recentemente ne ha parlato molto bene Alessandro Lolli, autore de “La guerra dei meme”, in cui ci racconta cos’è l’alt-right, come nasce, e come arriva qui da noi. Il fenomeno sembra sempre strettamente collegato a tutto quello che succede online, ma non possiamo negare che quella violenza non resta facilmente relegata nelle conversazioni anonime dei forum che pullulano di adolescenti brufolosi e arrabbiati con il mondo; la violenza verbale di stampo alt-right condiziona tutte le nostre vite, è frustrante e causa di suicidi di adolescenti, minacce e insulti gratuiti, o semplicemente di ore e ore passate a rispondere agli haters.

In particolare, la battaglia dei difensori della libertà di parola contro i cosiddetti buonisti – buonista da noi è diventato un insulto – è una delle cose a cui ho pensato assistendo alla frustrazione di Samantha nel provare a vincere la guerra a colpi di tweet al vetriolo contro i suoi haters. A molti di noi è capitato di assistere o partecipare alle conversazioni sul tema dell’immigrazione, siamo appena usciti da una campagna elettorale sfiancante che ha visto chiunque esprimere il proprio parere sulla faccenda, e quasi sempre le posizioni erano molto lontane e il punto di contatto impossibile da stabilire: “Non sono razzista ma” sta sempre per “io ho il diritto di esprimere il mio dissenso nei confronti della presenza di tanti immigrati nel mio paese e se mi dici che sono razzista sei un buonista e vuoi censurarmi.
Anche qui, le comunicazioni si interrompono, anche se sembrano andar avanti: la mancanza di ascolto è sempre motivo di inasprimento dei toni.

#3 A VOLTE NON C’È PROPRIO UN CAZZO DA RIDERE

Smascherare il grottesco, e più in generale il delicato rapporto tra ideologie e ironia, è il terzo modo in cui Dear White People ci insegna ad ascoltare.

All’inizio della prima serie si parla di leggi Jim Crow, ma per noi italiani non è scontato conoscere questa espressione: dovrebbe risalire a “Jump Jim Crow”, una canzonetta di metà ‎‎’800 scritta da Thomas Dartmouth Daddy Rice, un cabarettista che quando la interpretava ‎si esibiva truccato da afro-americano. Esattamente come accade durante il party “Black Face”, in cui tutti i bianchi sono invitati a tingersi il viso di nero, party che diventa il pretesto di tutta la BSU per attaccare gli episodi di razzismo all’Università.

Nel mirino di Samantha e della BSU c’è in particolare Pastiche, la rivista satirica universitaria che ironizza e si fa beffe delle proteste, che sarebbero un modo per censurare il libero pensiero.

Il 4 maggio è uscita la seconda stagione della serie, ed esattamente il giorno dopo Childish Gambino, pseudonimo da rapper dell’attore e musicista Donald Glover, ha pubblicato il singolo “This is America” di cui probabilmente sta parlando una buona parte dei vostri contatti social. Il video del singolo ha avuto un enorme successo perché, all’interno di un capannone industriale, Donald Glover si esibisce in un pezzo sincopato in cui canti e balli sono interrotti da episodi di violenza. Glover guarda quasi sempre fisso in camera, anche quando fa fuoco e ammazza il detenuto e l’intero coro Gospel. Il protagonista della scena è sempre lui e non ci risparmia facce buffe, smorfie, ammicca in camera mentre si dimena.

Tanto il video di Glover, quanto la serie, svelano la profonda scorrettezza dell’ironia che è quasi sempre la maschera della violenza: a distanza di un giorno abbiamo due produzioni che raccontano la ghettizzazione ideologica degli afro americani e la potenza del grottesco che fa sempre ridere soltanto una parte. Non a caso i buffoni e i saltimbanchi si diffondono nelle piazze, ma sono stati da sempre lo spettacolo preferito da re e signorotti: ridere della miseria è una questione molto più vecchia di quanto possiamo pensare.

Dear White People insegna l’importanza di saper ascoltare perché la comunicazione è troppo importante per lasciarla fare agli slogan, ai bot e ai vigliacchi dall’umorismo facile. E se in Italia non l’abbiamo ancora apprezzata abbastanza forse è arrivato il momento di farlo.

 

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